11/01/05
da il messaggero
Castellitto: vi spiego perché amo gli errori
di SERGIO CASTELLITTO
HO SEMPRE considerato il mio mestiere un privilegio. Lavorare con la
fantasia, l’immaginazione, una certa passione psicologica e fisica, mi è
sempre sembrato un lusso. Ricordo il giorno in cui nell’azienda dove
lavoravo da un anno e che si occupava della distribuzione di giornali
sul territorio nazionale, arrivò la telefonata di un mio ex-compagno di
scuola con il quale avevamo organizzato qualche saggio scolastico. Io
ero davanti ad un tabulato e stavo decidendo quante copie di una nota
rivista pornografica avrei dovuto far spedire in una cittadina di mare.
«Stanno cercando un conduttore per una trasmissione per bambini, perché
non ci provi? Pagano poco, però pagano». Ci provai, per gioco, per noia
di quel tabulato e di quella rivista che nemmeno mi eccitava più.
Naturalmente non mi scelsero, presero un raccomandato ma due mesi dopo
il regista di quella trasmissione mi chiamò per dirmi che c’era un ruolo
in uno spettacolo teatrale, «Calderon de la Barca, poche battute, pochi
soldi, ti va?». Molto spesso lo spettacolo saltava perché per la regola
il numero degli attori non può superare quello degli spettatori in sala.
Eravamo otto attori, fatevi il conto. Ma alle prove di quello spettacolo
conobbi un allievo dell’Accademia d’arte drammatica di Roma che mi
convinse a frequentare i corsi come uditore. Durante le lezioni in un
piccolo, bellissimo teatrino, la passione per questo mestiere cominciò a
crescere. Fino a quando non arrivò il giorno della scelta definitiva.
Gli insegnanti chiesero ad alcuni uditori se avessero voluto affrontare
gli esami per diventare allievi. Ci pensai su qualche giorno, o forse
qualche ora. Scrissi una lettera di dimissioni all’azienda dove lavoravo
e la presentai. Una sera a cena, informai i miei genitori del salto. Se
volete conoscere la loro reazione, basterà che andiate a rivedervi la
scena in cui il ragazzino di E.T. scopre l’alieno dietro il cespuglio.
L’alieno, naturalmente, ero io.
Faccio questo mestiere da più di vent’anni e cerco di tenere ancora in
vita questa alienità. E’ l’unico modo per combinare qualcosa di buono.
Ogni volta che comincio le prove di uno spettacolo o un film, cerco di
sentirmi un po’ inadeguato al compito. Io non credo
nell’immedesimazione, per carattere, per cultura, per preparazione,
perché sono italiano. Credo nella rappresentazione, i miei maestri si
chiamano Marcello Mastroianni, Gianmaria Volonté, Alberto Sordi. Ma
cerco sempre il panico, l’incertezza, quell’adrenalina che accende
l’immaginazione e la nutre. Un grande regista cecoslovacco, Otomar
Kreijka, con il quale ho recitato in teatro Cechov e Strindberg, ci
diceva «Fatevi venire almeno una seconda idea perché la prima assomiglia
sempre a uno stereotipo». Non me lo sono mai dimenticato, ancora oggi.
Recitare per me significa divertirmi, emozionarmi e provare ad essere
utile all’emotività degli spettatori. Recitare un personaggio è come
raccontare una storia, quella storia diventa uno specchio per chi la
ascolta e in quello specchio rintracci qualcosa che ti riguarda, che ti
fa ridere o ti fa pensare. Il mio riferimento è la vita perché è alla
vita che il mio lavoro torna. Anche per questo amo gli errori: un attore
che sbaglia a darti una battuta, un vuoto di memoria, un inciampo nel
binario della cinepresa, è la vita che si fa beffa delle prove, del
preconfezionato. Detesto gli attori che interrompono un ciak dicendo
“scusate, ho sbagliato”. Vaffanculo! Non hai sbagliato, sono solo
cambiate le regole, accetta la sfida che quel binario fra i piedi ti
lancia. Ecco, è così che mi diverto, l’ho imparato dai bambini, che
quando giocano s’impegnano, s’incazzano, ridono ma guai a chi interrompe
il gioco.
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