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27/12/01
QUARTETTO
- RECENSIONE DI FELICE DI MARO
Prodotto
da Paola Ermini per la Làntia Cinema & Audiovisivi
presenta uno nuovo
stile di recitazione.
Soggetto, sceneggiatura, e cast, sono a vari
livelli ben integrati anche per l’equilibrio raggiunto tra luci,
suoni, e immagini nonché per la chiarezza dell’interpretazione che ha
dato un valore aggiunto proprio in funzione degli ambienti sia interni
che esterni. Le tecniche di ripresa sono state quelle delle regole delle
Dogme 95 che hanno imposto di girare con macchina da presa in spalla con
luci naturali senza trucchi e suoni a parte quelli dell’ambiente.
L’editing
è stato digitale con montaggio su pellicola da 35 mm.
Il rapporto tra
spettatore e casa di produzione rappresenta una piccola svolta.
Un sito www.lantia.it
continuamente aggiornato ha consentito di cogliere le varie fasi
sempre in tempo reale.
Il titolo, “Quartetto”, prende il nome
dal numero delle protagoniste. Sono quattro, Anna Ammirati (Eva),
Beatrice Fazi (Angelica),
Maddalena Maggi (Francesca),
Raffaella Ponzo
(Irma). Nella sceneggiatura si notano evidenti tratti biografici.
Il
coinvolgimento personale certo avrà anche aiutato ma bisogna
considerare che le quattro attici hanno dovuto recitare senza punti di
appoggio se non quelli della sceneggiatura.
La mancanza di riferimenti
esterni e pubblici ha obbligato a costruire le varie storie con
risorse anche del proprio vissuto. Questo non significa che si è
proprio inventato tutto ma passare dal non difficile approccio
conoscitivo dell’insieme della sceneggiatura in quanto questa come già
detto ha accolto alcuni dati biografici alla rappresentazione reale dei
personaggi con alterni chiari e scuri della drammaticità e della
leggerezza anche di una metacomicità
basata su elementi ordinari ma intrecciati con mix di
problematiche senza soluzioni con scenari di vita in continua evoluzione
non è stato un lavoro facile.
La ricerca di sicuro sarà stata lunga e
lo stesso equilibrio tra interpretazione e formazione dei profili
dei personaggi avrà molto impegnato.
Un incoraggiamento dall’esterno
lo avrà probabilmente dato il sito internet della casa di produzione
che con le E-Mail ricevute avrà forse consigliato di riflettere
maggiormente su alcune riprese e sul montaggio. Sullo
schermo quindi la privacy di quattro giovani attrici ma non è un film
verità.
Per la prima volta, e in modo chiaro e senza equivoci un
regista, Salvatore Piscicelli, è riuscito a rendere pubblico un quadro
di quelle tensioni professionali e amorose che, ma solo a volte e in
parte, capita di leggere su alcune riviste.
I cento minuti del film
passano in fretta. Emozioni ma anche sensazioni nonché voglia di far
continuare un racconto che non può certo finire con un suicidio
investono lo spettatore di una nuova carica.
Vengono presentati
materiali veramente originali per fare considerazioni su quello che è
l’attuale meccanismo dei rapporti tra giovani più che ventenni e i
loro genitori compreso anche le relative aspettative nonché
interrogativi come quelli dei ruoli all’interno della coppia e della
famiglia ma anche più complessivamente nella società. Nella
storia del cinema italiano sembra che non vi siano opere che abbiano
portato sullo schermo ansietà e aspettative di giovani attori.
Ma se
sia così o meno è ricerca che comunque lascio agli storici. Ma non so
perché dopo la visione del film ho rivisto scorrere nella mia mente
scene di alcuni film. Il primo, “Poveri ma Belli” di Dino Risi del
1957.
Non mi riferisco affatto alla trama o ai luoghi della borgata di
Roma ma al quadro di quei giovani, Maurizio Arena (Romolo), Renato
Salvatori (Salvatore), ed altri che impongono sullo schermo non altro
che quella semplicità di maniera che impropriamente è stata definita
neorealismo rosa. In quegli anni l’evasione era il compito del cinema
anche se lo sperimentalismo già era stato scoperto da Federico Fellini.
Al riguardo ricordiamo per un attimo “Il bidone” del 1955, film
quasi ignorato dalla critica. La scena della festa di fine d’anno e
certo in un contesto tutto diverso assomiglia a quella dell’inizio del
“Quartetto”. L’ansietà dei giovani sembra uguale. Il Maestro di
Rimini non voleva fare un film verità ma proporre un quadro aperto
delle tensioni giovanili con le quale lo spettatore se voleva poteva
relazionarsi.
Scuserete per questa digressione ma nella mente ho i bei
quadretti con al centro Catherine Spaak del film di Luciano Salce “La
Voglia Matta” del 1962. Insieme ad Ugo Tognazzi un gruppo di ragazzi
presenta certo con mezzi espressivi molto diversi da quelli oggi
disponibili che qualcosa sta cambiando nei rapporti generazionali.
I
scherzi di allora erano certo diversi ma il gioco della cinepresa che
nel “Quartetto”, Irma; Angelica, Eva, e Francesca si divertono tanto
depone sullo schermo quella forza di divertirsi che malgrado tutto in
tutte le epoche solo i
giovani hanno così forte. Il rapporto giovani e società negli ’70 si
carica di ideologia.
Il film più alto è certamente “La classe
operaia va in paradiso” di Elio Preti del 1971.
Qui, accanto a Lulù
Massa che è Gian Maria Volontè i giovani sono alla ricerca di un nuovo
modello economico e di una società diversa. La sceneggiatura punta
molto sui ritmi di lavoro ma la voglia di riscatto va oltre il luogo di
lavoro.
Nei vari quadri i giovani hanno perso l’allegria degli anni
sessanta. Estremismo e violenza fanno da sfondo alla nuova era della
contestazione. Inizia il lungo tunnel dell’isolamento dei giovani dai
loro genitori che sarà prima ideologico e poi diventerà politico.
L’ultima visione me la offre “Porci con le ali”, un film di Paolo
Pietrangeli del 1977.
Siamo in un contesto dove la lente
dell’ideologia è alla sua massima espansione storica. Il clima
politico di quegli anni ha fatto dimenticare questo film. Si racconta la
storia di due liceali, Rocco e Antonia, che si incontrano in una
manifestazione come si chiamavano allora di “extraparlamentari”.
Verso i propri genitori vi è insoddisfazione che li porta ad amarsi
e a fare sesso. Le
scene non in relazione diretta con quelle del nostro “Quartetto”
hanno avviato un dibattito in quegli anni che poi si è spento in quanto
non si è avuto il coraggio di continuare. In pratica sullo schermo non
si era altro rappresentato che il disagio giovanile forse non dissimile
da quello che si è voluto rappresentare nel “Quartetto”.
Attenzione
però, sia Irma che Angelica, Eva e Francesca non rappresentano un
disagio generale o comunque quello di tutto un gruppo sociale ma
documentano alcuni frammenti catturati dalla cinepresa in un intreccio
di situazioni particolari alquanto drammatiche. La
privacy delle attrici generalmente interessa i media soltanto quando
consente di fare scoop.
Anche l’insieme delle tensioni amorose se non
è proprio di rottura con il profilo biografico conosciuto non fa
notizia. In generale il disagio femminile è poco indagato dai sociologi
e quindi è anche poco conosciuto.
Il film presenta un racconto di
quello che è il sommerso del mondo dello spettacolo ma è aperto ad
indagare oltre per raggiungere tutti noi nelle nostre angosce e nei
nostri desideri. Si tratta di un piccola finestra che si è aperta ma
consente comunque di guardare cosa c’è dietro alla mondanità.
Già,
mondanità, dall’esterno sembra tutto perfetto senza problemi ed
invece la vita del giorno per giorno è dura. Le ansietà animano
un’esistenza dove la felicità spesso è solo apparente.
Quattro storie dunque che si intrecciano continuamente. Eva, Anna
Ammirati, ha 23 anni. Di origine napoletana vive da cinque a Roma per
fare l’attrice. Il suo è un ruolo chiaramente di rottura con certi
stereotipi della famiglia italiana e non a caso quando sorprende la
madre che fa l’amore con il suo ragazzo la caccia di casa
anche se lo fa per salvare quello che resta del matrimonio dei
suoi genitori. Irma, Raffaella Ponzo, ha 25 anni e vive da sola in una
monocamera ed è laureata in antropologia, tesi sul rapporto
foresta-metropoli come leggo sul suo sito, www.raffaellaponzo.com.
Certamente è la più coinvolta. Ognuno di noi vorrebbe incontrarla ma
è disponibile solo sul suo sito. In lei interprete e personaggio si
integrano? Sembra proprio di si almeno per alcuni tratti ben evidenti
sul suo sito.
La sua Irma attraversa un momento di incertezza in quanto
le hanno appena offerto sia di lavorare in una soap-opera e sia di
collaborare a una mostra sulla cultura amazzonica in Brasile. Svolge un
ruolo non facile in quanto mentre ha il compito di esporre l’utilizzo
delle E-mail, e ne offre una lezione, è impegnata ad armonizzare
emozioni sentimentali con prospettive di riscatto che non possono
avvenire, come sembra di cogliere dal suo messaggio, se non si ha il
governo continuo anche dei mezzi di comunicazione.
Il suo incontro con
Paolo, il padre ritrovato che è Roberto Herlitzka, è forse il punto più
alto del film.
Allo sdegno iniziale per il ritrovamento la riconversione
in piacere e, appena appena percepibile
e quasi sommerso un
nuovo sentimento. Francesca, Maddalena Maggi, ha 26 anni e lavora come
attrice fin da quando ne aveva quattro. Ha fatto molta pubblicità ed ha
partecipato a molti film anche all’estero.
E’ attratta dalle donne
ed il suo incontro con Irma ben fa cogliere quelli che possono essere i
privati costumi. Angelica, Beatrice Fazi, ha 27 anni. Lavora molto bene
sul dolore per la mamma, Elena, che è Ida Di Benedetto.
Ida offre una
partecipazione di alto livello che produce una grande commozione in
quanto ha un cancro al seno e Angelica sa ricomporre un distacco che
sembrava incolmabile.
Il duplice
tentativo di suicidio da parte di Angelica imporrebbe una riflessione a
parte non perché è stato sempre tentato da alcune attrici ma perché
è comunque diffuso come mezzo di risoluzione di crisi personali.
Ho
detto tentativi di suicidio in quanto penso che per il secondo che è il
finale del film Angelica non è morta e che presto la rivedrò sullo
schermo per “Quartetto 2”.
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