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Palcoscenico : Il Portale sullo Spettacolo : Argomenti

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QUARTETTO - RECENSIONE DI FELICE DI MARO

Prodotto da Paola Ermini per la Làntia Cinema & Audiovisivi  presenta uno  nuovo stile di recitazione.
Soggetto, sceneggiatura, e cast, sono a vari livelli ben integrati anche per l’equilibrio raggiunto tra luci, suoni, e immagini nonché per la chiarezza dell’interpretazione che ha dato un valore aggiunto proprio in funzione degli ambienti sia interni che esterni. Le tecniche di ripresa sono state quelle delle regole delle Dogme 95 che hanno imposto di girare con macchina da presa in spalla con luci naturali senza trucchi e suoni a parte quelli dell’ambiente.
L’editing è stato digitale con montaggio su pellicola da 35 mm.
Il rapporto tra spettatore e casa di produzione rappresenta una piccola svolta.
Un sito www.lantia.it continuamente aggiornato ha consentito di cogliere le varie fasi sempre in tempo reale.
Il titolo, “Quartetto”, prende il nome dal numero delle protagoniste. Sono quattro, Anna Ammirati (Eva), Beatrice Fazi (Angelica), Maddalena Maggi (Francesca), Raffaella Ponzo (Irma). Nella sceneggiatura si notano evidenti tratti biografici.
Il coinvolgimento personale certo avrà anche aiutato ma bisogna considerare che le quattro attici hanno dovuto recitare senza punti di appoggio se non quelli della sceneggiatura.
La mancanza di riferimenti esterni e pubblici ha obbligato a costruire le varie storie con  risorse anche del proprio vissuto. Questo non significa che si è proprio inventato tutto ma passare dal non difficile approccio conoscitivo dell’insieme della sceneggiatura in quanto questa come già detto ha accolto alcuni dati biografici alla rappresentazione reale dei personaggi con alterni chiari e scuri della drammaticità e della leggerezza anche di una metacomicità  basata su elementi ordinari ma intrecciati con mix di problematiche senza soluzioni con scenari di vita in continua evoluzione non è stato un lavoro facile.
La ricerca di sicuro sarà stata lunga e  lo stesso equilibrio tra interpretazione e formazione dei profili dei personaggi avrà molto impegnato.
Un incoraggiamento dall’esterno lo avrà probabilmente dato il sito internet della casa di produzione che con le E-Mail ricevute avrà forse consigliato di riflettere maggiormente su alcune riprese e sul montaggio. Sullo schermo quindi la privacy di quattro giovani attrici ma non è un film verità.
Per la prima volta, e in modo chiaro e senza equivoci un regista, Salvatore Piscicelli, è riuscito a rendere pubblico un quadro di quelle tensioni professionali e amorose che, ma solo a volte e in parte, capita di leggere su alcune riviste.
I cento minuti del film passano in fretta. Emozioni ma anche sensazioni nonché voglia di far continuare un racconto che non può certo finire con un suicidio investono lo spettatore di una nuova carica.
Vengono presentati materiali veramente originali per fare considerazioni su quello che è l’attuale meccanismo dei rapporti tra giovani più che ventenni e i loro genitori compreso anche le relative aspettative nonché interrogativi come quelli dei ruoli all’interno della coppia e della famiglia ma anche più complessivamente nella società.
Nella storia del cinema italiano sembra che non vi siano opere che abbiano portato sullo schermo ansietà e aspettative di giovani attori.
Ma se sia così o meno è ricerca che comunque lascio agli storici. Ma non so perché dopo la visione del film ho rivisto scorrere nella mia mente scene di alcuni film. Il primo, “Poveri ma Belli” di Dino Risi del 1957.
Non mi riferisco affatto alla trama o ai luoghi della borgata di Roma ma al quadro di quei giovani, Maurizio Arena (Romolo), Renato Salvatori (Salvatore), ed altri che impongono sullo schermo non altro che quella semplicità di maniera che impropriamente è stata definita neorealismo rosa. In quegli anni l’evasione era il compito del cinema anche se lo sperimentalismo già era stato scoperto da Federico Fellini.
Al riguardo ricordiamo per un attimo “Il bidone” del 1955, film quasi ignorato dalla critica. La scena della festa di fine d’anno e certo in un contesto tutto diverso assomiglia a quella dell’inizio del “Quartetto”. L’ansietà dei giovani sembra uguale. Il Maestro di Rimini non voleva fare un film verità ma proporre un quadro aperto delle tensioni giovanili con le quale lo spettatore se voleva poteva relazionarsi.
Scuserete per questa digressione ma nella mente ho i bei quadretti con al centro Catherine Spaak del film di Luciano Salce “La Voglia Matta” del 1962. Insieme ad Ugo Tognazzi un gruppo di ragazzi presenta certo con mezzi espressivi molto diversi da quelli oggi disponibili che qualcosa sta cambiando nei rapporti generazionali.
I scherzi di allora erano certo diversi ma il gioco della cinepresa che nel “Quartetto”, Irma; Angelica, Eva, e Francesca si divertono tanto depone sullo schermo quella forza di divertirsi che malgrado tutto in tutte le epoche solo  i giovani hanno così forte. Il rapporto giovani e società negli ’70 si carica di ideologia.
Il film più alto è certamente “La classe operaia va in paradiso” di Elio Preti del 1971.
Qui, accanto a Lulù Massa che è Gian Maria Volontè i giovani sono alla ricerca di un nuovo modello economico e di una società diversa. La sceneggiatura punta molto sui ritmi di lavoro ma la voglia di riscatto va oltre il luogo di lavoro.
Nei vari quadri i giovani hanno perso l’allegria degli anni sessanta. Estremismo e violenza fanno da sfondo alla nuova era della contestazione. Inizia il lungo tunnel dell’isolamento dei giovani dai loro genitori che sarà prima ideologico e poi diventerà politico. L’ultima visione me la offre “Porci con le ali”, un film di Paolo Pietrangeli del 1977.
Siamo in un contesto dove la lente dell’ideologia è alla sua massima espansione storica. Il clima politico di quegli anni ha fatto dimenticare questo film. Si racconta la storia di due liceali, Rocco e Antonia, che si incontrano in una manifestazione come si chiamavano allora di “extraparlamentari”.
Verso i propri genitori vi è insoddisfazione che li porta ad amarsi  e  a fare sesso. Le scene non in relazione diretta con quelle del nostro “Quartetto” hanno avviato un dibattito in quegli anni che poi si è spento in quanto non si è avuto il coraggio di continuare. In pratica sullo schermo non si era altro rappresentato che il disagio giovanile forse non dissimile da quello che si è voluto rappresentare nel “Quartetto”.
Attenzione però, sia Irma che Angelica, Eva e Francesca non rappresentano un disagio generale o comunque quello di tutto un gruppo sociale ma documentano alcuni frammenti catturati dalla cinepresa in un intreccio di situazioni particolari alquanto drammatiche.
La privacy delle attrici generalmente interessa i media soltanto quando consente di fare scoop.
Anche l’insieme delle tensioni amorose se non è proprio di rottura con il profilo biografico conosciuto non fa notizia. In generale il disagio femminile è poco indagato dai sociologi e quindi è anche poco conosciuto.
Il film presenta un racconto di quello che è il sommerso del mondo dello spettacolo ma è aperto ad indagare oltre per raggiungere tutti noi nelle nostre angosce e nei nostri desideri. Si tratta di un piccola finestra che si è aperta ma consente comunque di guardare cosa c’è dietro alla mondanità.
Già, mondanità, dall’esterno sembra tutto perfetto senza problemi ed invece la vita del giorno per giorno è dura. Le ansietà animano un’esistenza dove la felicità spesso è solo apparente.
Quattro storie dunque che si intrecciano continuamente. Eva, Anna Ammirati, ha 23 anni. Di origine napoletana vive da cinque a Roma per fare l’attrice. Il suo è un ruolo chiaramente di rottura con certi stereotipi della famiglia italiana e non a caso quando sorprende la madre che fa l’amore con il suo ragazzo la caccia di casa  anche se lo fa per salvare quello che resta del matrimonio dei suoi genitori. Irma, Raffaella Ponzo, ha 25 anni e vive da sola in una monocamera ed è laureata in antropologia, tesi sul rapporto foresta-metropoli come leggo sul suo sito, www.raffaellaponzo.com.
 Certamente è la più coinvolta. Ognuno di noi vorrebbe incontrarla ma è disponibile solo sul suo sito. In lei interprete e personaggio si integrano? Sembra proprio di si almeno per alcuni tratti ben evidenti sul suo sito.
La sua Irma attraversa un momento di incertezza in quanto le hanno appena offerto sia di lavorare in una soap-opera e sia di collaborare a una mostra sulla cultura amazzonica in Brasile. Svolge un ruolo non facile in quanto mentre ha il compito di esporre l’utilizzo delle E-mail, e ne offre una lezione, è impegnata ad armonizzare emozioni sentimentali con prospettive di riscatto che non possono avvenire, come sembra di cogliere dal suo messaggio, se non si ha il governo continuo anche dei mezzi di comunicazione.
Il suo incontro con Paolo, il padre ritrovato che è Roberto Herlitzka, è forse il punto più alto del film.
Allo sdegno iniziale per il ritrovamento la riconversione in piacere e, appena appena percepibile  e quasi sommerso  un nuovo sentimento. Francesca, Maddalena Maggi, ha 26 anni e lavora come attrice fin da quando ne aveva quattro. Ha fatto molta pubblicità ed ha partecipato a molti film anche all’estero.
E’ attratta dalle donne ed il suo incontro con Irma ben fa cogliere quelli che possono essere i privati costumi. Angelica, Beatrice Fazi, ha 27 anni. Lavora molto bene sul dolore per la mamma, Elena, che è Ida Di Benedetto.
Ida offre una partecipazione di alto livello che produce una grande commozione in quanto ha un cancro al seno e Angelica sa ricomporre un distacco che sembrava incolmabile.
Il  duplice tentativo di suicidio da parte di Angelica imporrebbe una riflessione a parte non perché è stato sempre tentato da alcune attrici ma perché è comunque diffuso come mezzo di risoluzione di crisi personali.
Ho detto tentativi di suicidio in quanto penso che per il secondo che è il finale del film Angelica non è morta e che presto la rivedrò sullo schermo per “Quartetto 2”.

Immagini autorizzate dall'Ufficio Stampa

 
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start: 27 agosto 2006